The International Congress for Analytical Psychology

Superare uno stress, fare fronte a un dolore, ricomporre una lacerazione dell'anima. É come giocare con la sabbia. Si fanno trincee e si schierano gli eserciti sul campo di battaglia; si scavano gallerie e col palmo della mano si batte la pista per far correre le biglie; si innalzano fragili castelli e ancor piú precarie cittá. Si distrugge e si costruisce.

International Congress

La Nazione - Firenze
28 August 1998
By Enrico Gatta

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Sevizio di
Enrico Gatta

Superare uno stress, fare fronte a un dolore, ricomporre una lacerazione dell'anima. É come giocare con la sabbia. Si fanno trincee e si schierano gli eserciti sul campo di battaglia; si scavano gallerie e col palmo della mano si batte la pista per far correre le biglie; si innalzano fragili castelli e ancor piú precarie cittá. Si distrugge e si costruisce.

"Distruzione e creazione" É appunto il tema sul quale per tutta questa settimana hanno discusso ottocento psicologi analitici di ogni parte del mondo, riuniti a Firenze per il loro quattordicesimo congresso, internazionale. L'incontro ha messo in luce la straordinaria vivacitá della scuola che si rifa, nella ricerca teorica come nelle esperienze cliniche, all'insegnamento di Carl Gustav Jung. E non ha rinunciato a una certa foga polemica, tipica della "casa".

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"Lo stesso logo del congresso dice lo psicologo Paolo Francesco Pieri, membro del comitato organizzatore sintetizza la nostra posizione. Il riferimento É al famoso disegno col quale Leonardo da Vinci ha studiato le misure del corpo umano, iscrivendo la figura di un uomo in un quadrato e in una circonferenza. Nel nostro logo le due figure geometriche sono vuote: giunti a fine millennio, É rimasta solo la misura, ma l'uomo non c' è più. O almeno è stato ridotto a semplice DNA, a puro elemento biologico".

Fuor di metafora, professore, con chi è la polernica? Con i neurobiologi? i neuropsichiatri? i propugnatori delle cure farmacologiche?
"Noi non diciamo no alla cura farmacologica. Ma non confondiamo questa con la soluzione dei problemi. Non si può pensare di arrivare solo con i farmaci all'essenza dell'uomo. Neanche la psicologia del profondo ci arriva, vero, ma almeno lo sa".

E il fatto di saperlo dà agli psicologi jungiuani una marcia in più?
"Dà il vantaggio di una pluralità di prospettive nella cura. Jung ha sempre incoraggiato i metodi creativi di lavoro, rispetto a quelli tradizionali. Criticò Freud perchÉ riteneva che fosse sbagliato ridurre tutta la complessità psichica alla dimensione della libido sessuale, cioè ad un unico elemento creato dalla sua teoria e dalla cultura del tempo. Questa obiezione originaria resta valida nei confronti di ogni altro tipo di 'riduzione' che si ponga in termini dogmatici".

All'insegna della fertilità creativa, il congresso ha esplorato una gamma amplissima. di ricerche e di esperienze. Lo svizzero Peter Ammann ha studiato il rapporto tra musica e melanconia rifacendosi ai canti che l'umanista Marsilio Ficino compose net XV secolo cercando così di risvegliare le forze dei pianeti favorevoli contro l'influsso negativo, di Saturno.

L'italiana Livia Crozzoli ha invece ripercorso la storia di Alessandro, un barnbino di otto anni aiutato con l'analisi e con il gioco della sabbia: anche una sabbiera può essere lo spazio adatto per mettere in scena la propria vita interiore, per rappresentare quelle "dinamiche inteme disturbanti", che non sono mai riuscite a tradursi in immagini o in parole ma si rivelano subdolamente con sintorni psicosomatici o esplodono all'improvviso con azioni distruttive e violente.

Renos Papadopoulos è un greco cipriota coinvolto fin dall'infanzia nelle vicende della sua terra: prima il conflitto coloniale con gli inglesi, poi la tragedia della guerra greco-turca all'inizio degli anni Sessanta. Ha vissuto ii ma linea il '68 a Parigi. In Sud Africa, in anni di grandi tensioni razziali, è diventato psicologo analista, psicoterapeuta, direttore della facoltà di psicologia. Dal 1980 vive e lavora a Londra. "Per molto tempo — dice — la vita 'bellica' e la mia vita professionale sono rimaste su due piani separati. Coscientemente non volevo unire queste due dimensioni, finchÉ lentamente, non sono rimasto coinvolto nel lavoro con i sopravvissuti di alcuni disastri o di molte tragiche lenze, con i sopravvissi. Cernobyl, della guerra Bosnia o della guerriglia in Salvador. Non sono io li ho cercati, sono loro mi hanno raggiunto. E così le due parti di me che io volevo tenere separate, le mente si sono unite".

Che rapporto c'i tra I questi sopravvissuti?
"Loro stanno bene con me chÉ sanno che sono stato esposto a molte atrocità e ho visto molte sofferenze; sentono che sono uno di loro. Io, da parte mia, li sento vicini: non li guardo con curiosità come qualcosa di esotico".

Qual è il suo metodo di lavoro?
"Vede, se si accetta il male come qualcosa di esotico, il nostro approcci finisce per essere un'altra forma di violenza. Se invece si accetta la 'banalità del male', il fatto che la violenza è in ognuno di noi, allora lavorare con quanti della violenza sono stati vittime crea prospettive che rendono capaci di 'digerire' le esperienze fatte".

E bene dimenticare?
"No. Sono due le tendenze seguite da molti professionisti della psiche. La prima è aiutare a dimenticare, a elaborare nuove strategie per una nuova vita. La seconda è far parlare il più possibile del trauma. Io non voglio imporre nÉ l'uno nÉ l'altro metodo. Tramite conversazioni individuali e con i parenti cerco invece di sminuire il carattere, patologico delle loro esperienze e di recreare la storia personale, familiare, sociale alla quale i miei amici sono stati strappati. La tortura, la violenza, guerra vanno tolti dagli schemi e dai compartimenti nei quali si tende a chiuderli, per cercare di ricostruire una sequenza, di ricomporre tutto nel grande tessuto della vita".

Nei disegno: Carl Gustav Jung vis da Mario Spezi

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